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venerdì, 3 Dicembre 2021

“‘Il ladro dei cardellini’ ha lo spirito malinconico, popolare e leggero”

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“‘Il ladro dei cardellini’ ha lo spirito malinconico, popolare e leggero”

Incontro streaming con Carlo Luglio (regista)
di “Il ladro dei cardellini”

In concorso per il Globo d’Oro 2020-2021

“Questo mondo così specifico davvero lo conoscono pochissimi, neanche i napoletani. Infatti molti napoletani sono rimasti sbalorditi, sia dal documentario che dal film. Si sono chiesti se quel mondo esisteva davvero. Certo che esiste! Anche se l’abbiamo un po’ romantizzato”, ha detto il regista Carlo Luglio del film Il ladro dei cardellini durante l’incontro virtuale il 18 maggio 2021 con i membri della giuria del Globo d’Oro.

Il film è tratto da un documentario che è tuo, Cardilli addolorati. Come sei passato da un documentario a un film di questo tema?

“Cardilli addolorati era il racconto di una umanità dolente che sotto l’etichetta del bracconaggio rappresenta però anche dei veri appassionati. I cardilli addolorati non erano gli uccelli, ma l’umanità, che gravita intorno a questi mercati clandestini nelle periferie nel Sud-Italia. Il documentario era pervaso da un senso di malinconia da una parte, ma dall’altra parte aveva anche una forza comica, perché questi personaggi inevitabilmente paradossali, essendo fuori dal mondo e scollati dalla realtà, avevano comunque una grande capacità di attecchire sullo spettatore.

Dal 2009 mi venne l’idea di farne un film. Prima nacque come un’idea drammatica, poi come una idea comica. Poi dal 2015 veniva finanziata la sceneggiatura e ho dato una indicazione allo sceneggiatore Diego Olivares di trovare una terza via, di conservare lo spirito malinconico ma nello stesso tempo anche quello più popolare e leggero. Credo che siamo riusciti ad ottenere questo, con grossi sacrifici. Perché il film è stato realizzato nel 2018, era pronto alla fine del 2019 e poi è arrivata la prima pandemia e siamo usciti l’estate scorsa nelle arene estive. La speranza è che potremo mettere in luce il film anche nelle sale.”

Come ha scelto gli attori? Nando Paone è stupendo, è proprio un Don Chisciotte.

“Hai colto molto bene. Parto da quest’ultimo. Quando indicavo allo sceneggiatore Diego Olivares le scene da realizzare, soprattutto la scena finale con i mulini a vento, dicevo: “guarda che loro sono Don Chisciotte e Sancho Panza. Quindi vorrei che ci fossero più scene tra loro due insieme”. Al mercato degli uccelli dove i due personaggi camminano insieme e dove Paone vince delle scommesse sul canto è proprio questo genere Don Chisciotte e Sancho Panza. Quindi si tratta di due illusi, soprattutto questo personaggio. Conoscevo Paone in film comici dove non mi aveva mai particolarmente colpito. Poi invece avendolo visto nel film Veleno dello sceneggiatore Olivares, in un ruolo drammatico, mi aveva colpito. E pensavo che intorno a lui si potesse creare davvero questo mondo, questa umanità.

Sono fiero di aver scelto tutti questi attori

Pensavo che questo mondo dovesse rispecchiare quel mondo che avevo catturato nel documentario quindici anni fa. Una umanità abbastanza alla Scola, Brutti, sporchi e cattivi. Poi in realtà non sono cattivi, ma hanno tutti delle sfumature e dei risvolti. E quindi quale panorama migliore che non il teatro partenopeo? Quindi riuscire a trovare quella cifra che li accomuna, come il neorealismo rosa, tutti dei personaggi un po’ sopra le righe, ma mai, spero, caricaturali, macchiettistici, ma sempre un po’ sopra le righe. Sono fiero di aver scelto tutti questi attori, senza scendere a compromessi, anche con la produzione, che semmai voleva qualcuno più famoso. Ma siamo abituati ormai a vedere sempre gli stessi volti e quindi so di pagarne anche le conseguenze. Dal punto di vista strategico, se avessi messo per esempio un volto famoso, ammesso che avesse accettato, anziché un altro, forse avrei avuto più autostrade aperte.”

Il personaggio di Pasquale è un personaggio reale o magari un misto di vari personaggi che hai incontrato per il tuo documentario?

“Sicuramente una matrice è legata al personaggio del documentario, che era un bracconiere. Ma c’è anche un lato più ampio legato a un uomo di mezza età che ha una crisi esistenziale, che mette tutto in discussione dopo la perdita del lavoro. A chiunque sia arrivato oltre i cinquant’anni può accadere di sentirsi in crisi e di mettere in discussione tutta la propria vita. Lui vive nel ricordo della moglie, viene licenziato dal lavoro, ha questa figlia un po’ perfida e un po’ maliziosa che vuole ottenere tutto da lui e che quindi, nella sua astuzia, crea prima un conflitto e poi si riavvicina al padre. Questo mondo diventa forse anche una metafora della mezza età di una certa fascia sociale e mediterranea. Anche se il film è senza tempo. Anche lo spazio non è identificato. Napoli ormai è famosa per le pistole, qui non si vedono. Mi premeva, mi sembrava necessario, dare voce a queste minoranze di umanità che non tutti conoscono.”

Napoli ormai è famosa per le pistole

Il suo film avrebbe potuto essere fatto da un non napoletano?

“Proprio l’altro giorno ho partecipato a un dibattito sul cinema napoletano e ho detto che ora non esiste. Ci sono tanti registi napoletani che vogliono rappresentare o rappresentano dei mondi napoletani, però anche Garrone e i fratelli Manetti girano a Napoli, e perché no. Non sono così presuntuoso da dire che non l’avrebbero potuto girare. Però questo mondo così specifico davvero lo conoscono pochissimi, neanche i napoletani. Infatti molti napoletani sono rimasti sbalorditi, sia dal documentario che dal film. Si sono chiesti se quel mondo esisteva davvero. Certo che esiste! Anche se l’abbiamo un po’ romantizzato.”

Ma come le è venuta l’idea del documentario e successivamente del film?

“Fermo restando che sono molti diversi. All’inizio avevo scelto di fare un film realistico, avrei soltanto seguito il solco già tracciato dal documentario. Invece ho voluto dare questo tono iperrealistico, che mi ha dato la possibilità di ragionare molto più sull’umanità, mentre prima mi interessava solo il contesto dei cardellini. Sono arrivato a questi mercati, perché anch’io da giovane li frequentavo e avevo queste conoscenze. Pensavo: “non è possibile che esistono questi personaggi”. Andavo tutte le domeniche a seguire questi mercati clandestini, da cui sono nate sei storie nel documentario. C’è chi libera i colombi, c’è chi è appassionato dei canarini e chi dei cardellini. Il cardellino è anche importante nella pittura, ha un significato molto simbolico.”

la comicità è sempre legata al doppio senso

Pensavo che se un altro, non napoletano, avesse fatto questo film non avrebbe avuto questo senso di umorismo, questa parte comica, che è tipicamente napoletana.

“Questo sicuramente. Lo sceneggiatore Olivares ha una capacità innata nei dialoghi. Sono comici, quasi grotteschi, ma poi sono capaci di ritornare in una dimensione con i piedi per terra. Questa comicità è data dalle azioni, ma anche da qualche frase, interpretata in modo particolare. Non c’è volgarità. Di solito la comicità è sempre legata al doppio senso, purtroppo anche dei napoletani più famosi, o all’equivoco della parola, del linguaggio, ma qui sono espressioni idiomatiche stralunate, le frasi navigano un po’ come gli occhi sperduti dei protagonisti. È importante renderle autentiche, vere, altrimenti rimangono della battute, che possono piacere a meno, ma rimangono scritte. Questi attori invece le fanno proprie, sono bravissimi, non avrei potuto fare a meno di attori napoletani. Questo lo confermo.”

A chi si ispira nella sua opera? Come è stata l’esperienza delle riprese, può raccontarci qualcosa di inedito, ci sono state delle difficoltà?

“Prima di tutto il previsto era che la ripresa sarebbe durata cinque settimane e il film sarebbe durato due ore. Per un film di basso budget può bastare, ma c’è stato uno sbaglio con il timing. Ci siamo accorti solo dopo le riprese che il film, scena per scena girata e messa in fila, durava due ore e quaranta. Per cui se avessimo avuto la capacità e l’intelligenza, innanzitutto io, di girare per magari cinque settimane, ma con una sceneggiatura più stretta, molte cose sarebbero potuto venire ancora meglio di quanto non sia accaduto. Un esempio è la scena finale con le pale eoliche, per la quale abbiamo avuto solo due ore di tempo per girare e poi siamo dovuti scappare via, perché c’erano già i trasferimenti da fare.

girato con le mascherine, non per la pandemia, ma per la polvere

Immaginatevi la situazione rocambolesca. Poi certe location sono venute meno. Avevamo scelto di fare un mercato degli uccelli vicino alla zona portuale, tutta abbandonata, di San Giovanni a Teduccio vicino a Napoli, un quartiere periferico; c’erano dei capannoni, molto affascinante, con spazi quasi teatrali. Invece è venuta meno questa location solo due giorni prima delle riprese. Poi abbiamo trovato uno scasso (un luogo dove vengono abbandonati tutti gli automobili da rottamare) che è molto affascinante e abbiamo girato lì per una settimana con le mascherine, ma non per la pandemia che non c’era ancora, ma per la polvere. Uscimmo tutti pieni di terra e di polvere.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Quella zona là dal punto di vista visivo è una delle zone più affascinanti. Ambientare un mercato di uccelli clandestini all’interno di un luogo dove vengono abbandonate le auto mi è sembrato tutto sommato una bella cosa.  Per il resto abbiamo cercato di dare un’impronta originale e soprattutto di non legarci al tempo. Solo una volta si vede un cellulare in tutto il film, per il resto può anche essere ambientato negli anni settanta.”

Nel suo film ho visto un microcosmo, un sottobosco campano con questo traffico di volatili. Ha voluto far conoscere questo microcosmo?

“C’è sicuramente anche questo intento. Già nel documentario ho notato che c’era un grande interesse per questo microcosmo e ora diventava anche una storia per il cinema. Ho pensato che tutto questo avrebbe potuto forse incuriosire e interessare. Però sempre come pretesto per raccontare la trasformazione e i cambiamenti di un uomo e del suo nucleo familiare, è diventato il contesto per far vedere la sua umanità. Non solo lui con la famiglia, ma anche lui con il gruppo. C’è stato questo grande equilibro che ho cercato di mantenere sia della storia personale, individuale, per raccontare il suo mondo ingenuo e candido, ma anche la voglia di raccontare l’umanità di tutti questi personaggi bracconieri che vivono davvero intensamente questa passione. Ma anche come terza cosa c’è stato il desiderio di voler raccontare come esorcizzare la vecchiaia e addirittura la morte con queste pillole, che sono la parte più grottesca del film.

Gli uccelli nelle gabbie costano circa 1000 euro ciascuno

Peraltro tutti gli uccelli che vedete nelle gabbie, quelli bianchi soprattutto, non esistono. Costano circa 1000 euro ciascuno, non si potevano prendere. Poi questi sono nati con strani accoppiamenti in cattività. Se poi volano muoiono. Se avessimo comprato questi uccelli bianchi e li avessimo poi liberati, come nella scena finale, sarebbero morti, non sarebbero riusciti a sopravvivere nella natura. Abbiamo aspettato otto mesi per gli effetti speciali che sono rappresentati proprio da questi uccellini bianchi. Non c’è quindi un maltrattamento degli animali nel film, perché non esistono. Quindi abbiamo girato le scene con gli attori senza gli uccelli. Solo quelli nel mercato o quelli in casa erano veri, ma quelli li abbiamo poi subito liberati o messi nelle gabbie, a seconda della loro specie. Ci sono anche alcuni altri effetti speciali, come i fuochi fatui del cimitero.”

Chi ha fatto la postproduzione degli effetti speciali? Erano già stati selezionati prima o durante le riprese?

“Chi si è occupato della postproduzione per fortuna è stato scelto precedentemente, tre, quattro mesi prima.”

Mi è piaciuta molto la recitazione degli attori, ma anche la musica. Volevo sapere se la figlia canta veramente? E dove gira il film?

“Il film è girato nell’hinterland di Napoli che si chiama Ponticelli. Siamo andati a cercare dei luoghi molto caratteristici dove ci sono delle case antiche, masserie del seicento- settecento, quindi case con i cortili, dove si vive ancora la vita più genuina del paese. Infatti ancora la vivono così. Erano tutti quanti intorno a noi, a disposizione per noi, con le loro case private, con i loro bar e i loro ristoranti, tutti intorno al film, con quella magia che si creava quaranta, cinquant’anni fa.

Ora invece ci sono molti mezzi cinematografici a Roma e a Napoli, ma non c’è più curiosità come c’era una volta. Invece in questo borgo di Ponticelli c’è proprio una comunità contadina, che fa una agricoltura biologica. Sono venuti tutti intorno a noi, sono anche venuti a fare le comparse gratuitamente. C’è stato una grande partecipazione, un vero coinvolgimento. La musica è molto particolare nel suo andamento. Il tema principale è stato composto da Remo Anzovino quando ha letto la sceneggiatura; aveva composto questo tema che in un certo senso si rifà al canto del cardellino.

Per la musica è utilizzato un fischiatore come si utilizzava nei film di Sergio Leone

Remo Anzovino ha voluto anche utilizzare un fischiatore come si utilizzava nei film di Sergio Leone. La bravura di Anzovino è stata poi di rielaborare il tema in più occasioni con andamenti più lenti e più veloci, a seconda delle scene. C’è poi sempre un cambio, dalla malinconia al grottesco, dall’ironia si finisce alla spensieratezza. Quindi la musica è molto particolare nel suo andamento.

Viviana Cangiano è oltre che attrice soprattutto una cantante. Ha lavorato con Martone nel film Il sindaco del rione Sanità due anni fa e con me è diventata una coprotagonista del film. Lei fa parte di un duo che spopola su Youtube in cui cantano anche, per esempio, i Queen in napoletano. È molto brava.”

Non so quanti registi esistono che traggono dallo stesso tema sia un documentario che un film. Con quale ti sei sentito più al tuo agio?

“Erano due esperienze diverse. Per quanto riguarda il documentario, durante un anno solare sono andato tutte le domeniche nel mercato e siamo andati a seguire sei personaggi ogni tanto. Quindi siamo sempre andati in due, al massimo tre persone. Per il film c’era una troupe di più di cinquanta persone. Mi sento a mio agio se sento la cosa mia, in qualsiasi modalità.

Se il prossimo film, come mi auspico, dovesse essere un film con una troupe ancora più folta, con settanta, ottanta persone, una storia sempre un po’ surreale, ma con un impatto sociale più forte, e sentirò la storia visceralmente mia, come Il ladro dei cardellini, non mi spaventerà. Mi trovo a mio agio dappertutto se la cosa è totalmente assorbita. Questo è il mio approccio, per quel poco che ho potuto fare tra documentari e film.”

 

“Il ladro dei cardellini” partecipa al premio cinematografico Globo d’Oro dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, edizione 2020-2021.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il ladro dei cardellini” partecipa al premio cinematografico Globo d’Oro dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, edizione 2020-2021.

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