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giovedì, 23 Settembre 2021

“Governance” è come tagliare il cordone ombelicale”

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“Governance” è come tagliare il cordone ombelicale”

Incontro streaming con Michael Zampino (regista),
Massimo Popolizio e Vinicio Marchioni (protagonisti)
di "Governance"
In concorso per il Globo d'Oro 2020-2021

 

“C’era la voglia di parlare del maschio italiano, che confrontato a quello degli anni ’50 e ’60 non è cambiato poi molto, resta sempre estremamente innamorato di se stesso.” Questo è quanto ha detto il regista Michael Zampino durante l’incontro virtuale il 4 maggio 2021 con i membri della giuria del Globo d’Oro. Presenti anche durante la riunione, ognuno da casa sua: Massimo Popolizio e Vinicio Marchioni.

Perché ha scelto di raccontare questa storia?

Michael Zampino: “Perché la ritenevo più vicina a quello che sentivo all’epoca della scrittura. C’era questa urgenza o volontà molto forte di raccontare un vissuto aziendale che avevo già incontrato, che ho frequentato e dove ho lavorato con veri personaggi nella realtà che mi hanno poi aiutato con i co-sceneggiatori a trasferire nella finzione. Ero più a mio agio. Erano persone vicino a me, ho lavorato in un gruppo petrolifero per 15 anni.

Non ho cercato di riprodurre la realtà

In questo film, ho cercato non di riprodurre la realtà, ma di essere fedele a questa esperienza. Che sia il benzinaio, che sia il top manager o il meccanico, sono tutti personaggi che avevo già incontrato. L’idea era anche materializzare questa transizione anche della mia vita personale. Fare questo film era per me come tagliare il cordone ombelicale con questo mio passato.”

Questa realtà è stata romanzata in meglio o in peggio?

“Il film non ha un obiettivo di denuncia. Non c’era bisogno del mio film per denunciare la corruzione. L’obiettivo era l’efficacia: la capacità di creare dei personaggi che mi erano vicini, che pensavo potessero essere attraenti, non soltanto per degli attori come Massimo [Popolizio] e Vinicio [Marchioni], ma anche vivi sullo schermo. Ero convinto che questi personaggi avevano la capacità di essere vivi e autentici. Non ne avevo dubbi, perché erano prodotti di una mia esperienza personale, dove ho potuto osservare contraddizioni e sfumature. E sapevo che con la qualità di questi attori, sarebbero stati convincenti anche per il pubblico. Questo mi ha animato in primo luogo.”

Massimo, il fatto che il regista abbia pensato a lei per interpretare un personaggio così diabolico, la lusinga?

Massimo Popolizio: Se mi pagano sì! [Ride] In realtà, non sai mai come sarà un film. Per cui il mio compito è di fare al massimo quello che c’è scritto. Mi lusinga si, perché ci sono tante cose da recitare, non solo la diabolicità. Non è un personaggio tanto forte. Lo sembra, ma è pieno di fragilità. Il fatto che si alza di notte per mangiare denota che non è a posto nel mondo.

Mi domando dove sono i buoni

Ci sa stare fino ad un certo punto, non come tanti cattivi. Quando si parla di cattivi o di diabolici, sembra sempre per un tornaconto personale. Qui non c’è. Qui c’è il mantenere una leadership costruita all’interno di un’azienda da molto tempo. È uno che viene dal basso. Lo vediamo anche con i distributori, parla romano. E sa parlare in un modo con un politico e sa parlare in un altro modo con un prete. Ma detto questo, penso che nella vita ce ne siano di più cattivi. Mi domando anche dove sono i buoni.”

Vinicio, quali sono state le difficoltà nell’interpretare un personaggio così complesso?

Vinicio Marchioni: “Non penso ci siano state difficoltà particolari. Abbiamo fatto un ottimo lavoro della lettura della sceneggiatura. Ci siamo dati degli obiettivi scena dopo scena. Mi ha colpito da subito di questo personaggio il fatto di essere una specie di satellite di Renzo, che pietisce quasi questo suo aiuto, cerca di essere più accondiscendente possibile, ha tutte le necessità perché vuole un posto di lavoro più sicuro, vuole garantire a sua moglie e suoi figli un’economia migliore, una vita migliore.

Abbiamo fatto un ottimo lavoro della lettura della sceneggiatura

Era anche interessante il suo modo di assorbire il modo di fare di Renzo, il suo agire. In questo romanzo di formazione sul cinismo, sull’arrivismo, il mio personaggio comprende piano piano che può usare quello che è successo quella notte per avere di più. Ma Renzo poi lo rimette a posto come fanno gli Dei con i comuni mortali. È uno di quei personaggi che ti dà la possibilità di giocare molto con la normalità, perché Michele in fondo è molto normale.”

Michael, come è passato dal mondo petrolifero a quello del cinema? La crudeltà del primo ha aiutato?

Michael Zampino: “La crudeltà di quel mondo aiuta a scrivere delle storie interessanti, sicuramente. Anche se non è solo un mondo crudele, ma composto di persone brillanti. Ho avuto la fortuna di lavorare con dei manager per certi versi visionari. È stata per me una formazione non solo professionale ma anche umana. Poi queste transizioni professionali rimangono un mistero. Non è un calcolo.

dovevo ricercare un atteggiamento d’autorevolezza e furore

La passione per il cinema era forte, per la recitazione, per raccontare delle storie. Avevo già, durante l’università, espresso dei segnali di questo interesse per il cinema: l’associazione teatrale, storie brevi, traduzioni di sceneggiature. Essendo italo-francese, potevo fare traduzioni. Sono anche una grande cinefilia. Poi ho capito che o facevo il salto o non lo avrei mai fatto. Avendo anche percezione della mia età, arrivando ai 40 anni, sapevo che era il momento. Ma non è stato razionale, non c’era un piano di carriera, è stato viscerale, istintivo.”

Massimo, come ti sei preparato per questo ruolo da manager?

Massimo Popolizio: “Michael mi ha dato per cominciare cose da leggere, riferimenti tecnici dal punto di vista della filiera degli idrocarburi. Poi abbiamo lavorato molto sulla faccia. Per me era importantissimo vedermi, immaginarmi come ero. Ed avere questi capelli bianchi sparati mi dava una forza. Quello che dovevo ricercare era un atteggiamento fisico che denotasse non soltanto autorevolezza ma soprattutto furore.

In questo film, sono un po’ up

Ad un certo punto, il mio personaggio non è più lucido, non riesce più a mettere in fila le cose, sembra che perda il controllo delle cose. In questo film, sono un po’ up, la mia recitazione è un po’ su, è un po’ estrema, sono un po’ fuori, non è una recitazione interna. Ma volevo con questo tipo di azione, questo modo di recitare, essere comunque credibile. Che è la cosa cui tengo di più. Essere ‘sopra’ ma comunque credibile.”

 

“Governance” partecipa al premio cinematografico Globo d’Oro dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, edizione 2020-2021.

 

 

 

 

 


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