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martedì, 19 Ottobre 2021

“Il focus di ‘La regola d’oro’ è il corto circuito di 2 personaggi”

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“Il focus di ‘La regola d’oro’ è il corto circuito di 2 personaggi”

Incontro streaming con Alessandro Lunardelli (regista) 
di "La regola d'oro"
In concorso per il Globo d'Oro 2020-2021

 

“io non volevo fare un discorso geopolitico.” Questo è quanto ha detto il regista Alessandro Lunardelli durante l’incontro virtuale il 22 aprile 2021 con i membri della giuria del Globo d’Oro.

Dove ha girato la prima parte del film?
Alessandro Lunardelli: “In Marocco, in una zona anche abbastanza cittadina. È proprio uno scorcio che siamo riusciti ad estrapolare dalla città in maniera forzosa, devo però dire che dal punto di vista organizzativo era la parte più difficile del film, ma l’esperienza in Marocco è stata incredibile. C’erano tanti film e serie tv che si registravano in contemporanea, anche l’ultima stagione di ‘Homeland’, quindi non si trovava nulla sul mercato, né armi né nulla, ma ci siamo arrangiati a creare una zona di guerra.”

Non si trovava armi sul mercato, ma ci siamo arrangiati

Da dove nasce l’idea di questo film, e come si è preparato per scrivere la sceneggiatura e le riprese?
“L’idea del film è nata da una domanda che mi ero posto negli anni, quelli più cruenti della guerra in Siria quando tutti un po’ pensavamo di essere coinvolti, prima o poi. Mi sono chiesto come avremmo reagito. L’Italia assisteva senza essere mai coinvolta pienamente. Poi tutto è nato dalla cronaca, la notizia drammatica del sequestro di due militari europei, per cui era stato chiesto un riscatto, non ai governi ma direttamente alla popolazione.

Sono partito da questo e cercato di individuare il mio protagonista, un militare, un personaggio anche eroico, che fa emergere una sua dimensione personale forse anche stupida, ma che potesse essere preso ad esempio come qualcosa da poter vendere in tv. Per preparare la sceneggiatura mi muovevo su un territorio difficile, parlare di militare in zona di guerra era una possibilità ma era anche molto ostico, non c’erano riferimenti precisi.

Ho parlato con militari inviati nelle varie missioni di pace. Ho parlato anche con giornalisti sequestrati e che erano poi fuggiti. Abbiamo poi capito che il focus del film non era più la guerra ma il corto circuito di due personaggi e dell’immagine che hanno di sé. Il mondo televisivo invece lo conosco, per lavori diretti, e conoscevo alcune dinamiche che ho portato dentro il film.”

Si racconta un uso spregiudicato della tv

Il bisogno di Ettore di sgombrare dalla mente i ricordi, le responsabilità e i tradimenti è una denuncia?
“È chiaro che il caso del rapimento e la richiesta di riscatto in una vicenda che per gran parte del film rimane misteriosa, viene manipolata e usata dalla tv per cercare di rappresentare un esempio gratificante dal punto di vista patriottico. Non so se è una denuncia vera e propria, ma si viene a creare una situazione per cui la tv si sarebbe vantata nel dire “anche noi abbiamo un militare rapito ma è un eroe romantico, è in zona di guerra per salvare la sua amata”. Si racconta quindi un uso spregiudicato della tv, che lo sfrutta anche con estrema velocità.”

Come hai scelto il cast? E come mai Luis Gnecco è arrivato a questo film: lo conosceva prima?
“Col Cile ho un amore nato col mio primo film, girato per metà in Cile e dove ho lavorato con Alfredo Castro. Luis è uno degli attori di riferimento del panorama, la mia casting mi disse che era in Italia per un evento e ho chiesto un incontro. Ci siamo conosciuti via Skype all’inizio, per me è stato uno di quei casi per cui non c’è stato bisogno di provini, parlammo una sera intera del personaggio, il cantante lirico ormai sfiduciato dalla vita e dalla carriera.

Edoardo Pesce in questo momento è al centro delle attenzioni di tutti, io ne ho fatto un letterato prestato alla tv, che dunque ha rinunciato ai suoi sogni. Ci eravamo forse abituati a vederlo in ruoli d’azione, ho pensato fosse la sfida giusta per lui, ma anche per me. Mi hanno chiesto se ero così convinto di dargli quel ruolo, ma dopo il provino non ho avuto dubbi, stesso dicasi per Simone Liberati.”

Nel film a Taormina Ettore pensa al suicidio, Massimo lo vede ma non interviene. Perché?
“Per me quella scena doveva raccontare certe cose, ma le interpretazioni poi sono state diverse. In quel frangente il personaggio di Edoardo Pesce si trovava nel climax della possibilità di umanizzarsi o diventare talmente pragmatico da decidere che il suicidio di Ettore potesse dargli le carte giuste per scrivere il suo romanzo. Avrebbe potuto scrivere in maniera esclusiva di Ettore, avendolo conosciuto bene, e in più avrebbe avuto anche un finale clamoroso servito su piatto d’argento. Ettore invece non si suicida più, ma affronta il pubblico per fare un’altra pazzia, e da quel momento Edoardo Pesce ripensa alla sua debolezza e decide di cambiare direzione. Un’altra interpretazione è stata che quello era un momento di grande rispetto verso Ettore: non si sentiva la persona giusta per fare o dire qualcosa.”

gli attori amano le prove

Il film è presentato attualmente a Los Angeles ‘Italia prima degli Oscars’. Qual è il cammino internazionale del film? È stato venduto all’estero?
“È stato venduto, adesso vedremo la sua vita al di fuori dell’Italia.”

Il personaggio di Edoardo Pesce, Massimo, è il più enigmatico, mentre Ettore è più chiaro. Ce lo spiega?
“Sono d’accordo sul fatto che sia molto enigmatico. Massimo è un affermato autore televisivo, ma non era quello il suo sogno. Voleva scrivere un libro, ma il lavoro in tv è stato talmente totalizzante che gli anni sono passati e lui si ritrova ad aver perso carica emotiva. Quando Massimo ha un problema di salute è come se suonasse una sveglia per lui, e gli dicesse che il tempo è passato, così viene convinto a lasciare tutto quello che gli ha dato benessere e famiglia, per dar vita al suo sogno, ma poi si scontra coi suoi limiti.

L’incontro con Ettore gli dà la chance di scrivere un libro. In questo progetto di conoscenza di Ettore, dove resta sempre nel suo ruolo, senza eccedere, cede pian piano il passo alla consapevolezza che questo ragazzo soffre per qualcosa di terribile che non può ammettere davanti a tutti. È dunque un personaggio che ispira maggiore empatia nel pubblico. Fino alla scena incriminata, in cui non sappiamo cosa farà Massimo. È un enigma che non è mancanza di posizione.”

Non volevo fare un discorso geopolitico

Finale impressionante, col tentativo di baciare la cantante. È stata una ‘scelta’, o è la vittoria della spettacolarizzazione delle tragedie che regna nella tv, in cui Ettore finalmente cede definitivamente alle lusinghe false degli autori?
“Non è una scelta, quella di Ettore, di baciare la cantante. Quella è una situazione di disagio, talmente imploso che quando incontra la cantante che va da lui prima di salire sul palco, mossa dalle migliori intenzioni, lui dice finalmente la verità all’unica persona che poi non lo capisce, perché parla una lingua diversa. Sul palco viene trascinato al pianoforte, la sente cantare, in quel momento era la vittoria più forte di lui, gli fa dimenticare lo spettatore e così rovina tutto.”

Cos’è dunque ‘la regola d’oro’?
Il titolo sarebbe stato anche il titolo del libro di Massimo. Il bene comune, nel film, in questo caso è comune ai due protagonisti. Si arriva a un incontro e a uno scontro salvifico a loro esclusivo vantaggio. È stata tolta una piccola scena dove veniva spiegato bene che sarebbe stato il titolo del libro, ma per me restava una suggestione che bene o male dovrebbe arrivare allo spettatore. C’è poi un sottotitolo ‘Perdonarsi è la missione più dura’, perché Ettore ha avuto voglia di vivere, ha tradito ogni possibilità di diventare un eroe, di alzare la voce per salvare l’amata, si porterà dietro questo rimorso per sempre.”

È comunque tutto molto realistico, lei conosce bene quel mondo, della guerra?
“Ho fatto un periodo di incontri e ricerca per abbracciare tutte le esperienze necessarie alla comprensione. Ho parlato con militari, volontari di organizzazioni umanitarie sul posto, quando sono stato in Marocco ho parlato molto con iracheni che mi hanno aperto finestre molto importanti di conoscenza. Anche se non si parla della guerra, io non volevo fare un discorso geopolitico, ma l’ultima parte del conflitto doveva essere rappresentata come un coacervo di interessi.”

Quale sono i suoi impegni futuri?
“È una domanda di speranza! Sto sviluppando il prossimo film, sarà molto diverso da questo, dopo due film dove sono andato a girare all’estero sarà totalmente in Italia, poi una serie metà italiana e metà statunitense.”

La sua speranza è che il film sarà applaudito al festival di Taormina?
“Avrebbe anche un senso di riconoscenza e liberazione! Anche girare a Taormina è stato complicato. Ci siamo ritrovati a novembre tutto chiuso, smontato, e le scene le abbiamo dovute girare in tre giorni. È stata una vera impresa. C’è un momento in cui si vede che il palco non c’è ed è infatti stato girato dopo. Taormina tra l’altro è un set naturale incredibile. È stato usato tanto in passato, in maniera massiccia, ma negli ultimi anni non c’erano più film.”

Quanto tempo ci ha messo a girare?
“In Marocco ho girato in febbraio, perché tra il set di Taormina che è venuto prima, a novembre, ci siamo fermati perché Simone Liberati doveva perdere peso, ha perso tipo 15 chili per entrare nella parte. Mi sono sentito un po’ carnefice, ma gli attori amano queste prove. A Taormina tra l’altro ha evitato ogni tipo di cibo, tanto che un giorno l’avevano trovato in un supermercato davanti al bancone della carne e piangeva, era disperato.”

“La regola d’oro” partecipa al premio cinematografico Globo d’Oro dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, edizione 2020-2021.

 

 

 

 

 


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