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martedì, 19 Ottobre 2021

“‘Glassboy’ è una storia ad altezza bambino”

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“‘Glassboy’ è una storia ad altezza bambino”

Incontro streaming con Samuele Rossi (regista)
di "Glassboy"
In concorso per il Globo d'Oro 2020-2021

 

“Il casting è stato un tripudio di emozioni diverse, ma anche un calvario.” Questo è quanto ha detto il regista Samuele Rossi durante l’incontro virtuale, il 9 aprile 2021 con i membri della giuria del Globo d’Oro. 

Una favola per piccoli e grandi. Un regista giovane, che però ha lavorato già molto. Sta già lavorando a qualcos’altro di concreto?
Samuele Rossi: “Ho già un’idea molto precisa. Lavorerò ancora coi ragazzi, in due progetti, ma i protagonisti continueranno ad essere loro, magari un po’ più grandi, mi piacerebbe approfondire la parte dell’adolescenza, dello scontro, del cambiamento.”

Di solito lavorare con attori giovani può essere entusiasmante o molto problematico. Com’è stato lavorare con loro?
“Probabilmente per molti è una difficoltà, me lo dicevano tutti all’inizio, “Sei pazzo a lavorare coi bambini?!” Io non ho avuto questi problemi, non so spiegare perché, il mio percorso mi ha visto all’opera come educatore, il mondo dell’infanzia mi affascina e ho sempre voglia di stare con loro.

Vivo l’infanzia come luogo sempre enormemente attraente. Quindi stare per lungo tempo con dei bambini e raccontare una storia che per loro era anche un sogno, vivere il cinema, voleva dire per me partecipare della loro emozione, e oggettivamente non mi è risultato difficile, anzi per me è naturale stare con loro, penso di capirli e creare con loro un rapporto paritario, penso di averli anche rispettati molto, come piccoli adulti, hanno la loro autonomia di pensiero, rapportata alla loro età naturalmente.

una storia ad altezza bambino

Comunque volevo appunto raccontare una storia ad altezza bambino, quindi bisognava mettersi al loro livello, senza banalizzarlo. Casomai la difficoltà era la mia, ossia come guardare il mondo coi loro occhi?

Questo film ha avuto una attualità inaspettata visto il periodo del Covid? Cioè uscire e giocare con i ragazzi amici può essere rischioso per la propria salute? La nonna è come un virologo? E i genitori sono come i politici, in dubbio tra la voglia di libertà e la sicurezza?
“È una buona metafora! Ho letto che hanno definito il film profetico, ma penso sia una parola impegnativa. Certo guardandolo è impossibile non pensare al quotidiano. È vero che i personaggi che circondano Pino ricordano quanto è successo e sta succedendo. Magari da’ anche un senso di speranza, di guardare al domani con più ottimismo e al ritorno ad una certa normalità.

In questo senso il film è catartico, racconta di una liberazione, di una energia che vuole uscire fuori da una gabbia. E’ anche quello che mi ha colpito del libro, che io lessi sei anni fa, ben prima della pandemia dunque, ossia vedere il mondo da una finestra, bloccato. Impossibilitato a vivere la vita e ad esplorare il mondo.”

Un film delicato, ricorda il cinema di Luigi Comencini: la coesistenza del bambino di una dipendenza dall’adulto con un forte desiderio di autonomia e l’esplorazione dell’ambiguo rapporto padre/figlio. È così per lei?
“Mi fa un grande complimento, grazie. Sicuramente è così, ci sono quei temi, la volontà di parlare del mondo degli adulti e dei bambini, c’è la voglia di recuperare la favola e il suo linguaggio come possibilità di racconto. Purtroppo il cinema italiano ha abbandonato i generi che lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Noi in qualche modo li abbiamo abbandonati come industria. Quindi volevamo recuperare l’atmosfera di un certo tipo di cinema, che parlava di tematiche importanti per la famiglia e non temeva di rivolgersi ai bambini. Come faceva appunto Comencini, e molti altri. Noi abbiamo smesso di farlo ed ora io e Emanuele (Nespaca, produttore,ndr) abbiamo provato a cimentarci.”

Splendida Loretta Goggi, nella parte della nonna “cattiva”. Come l’ha convinta?
“Avevo pensato subito a lei, per quel ruolo, che è sfaccettato, può ricordare Crudelia Demon, o Miranda Priestly de ‘Il Diavolo veste Prada’, ma anche un personaggio buono, l’ho convinta dicendole proprio questo, che volevamo un personaggio diverso, e che fosse una sfida per lei. Spesso Loretta come artista è stata un po’ dimenticata dal nostro cinema, forse perché rappresenta tante cose diverse, sa fare tantissime cose ed è difficile da etichettare.

Noi l’abbiamo scelta proprio perché sa usare molti linguaggi e il nostro personaggio aveva invece bisogno di tante sfaccettature, ossia tirare fuori il calore e l’affetto quando serve. Si è convinta subito dopo aver letto la sceneggiatura. Ha saputo anche restare un passo indietro, perché i protagonisti erano i bambini. Si è messa a loro disposizione.”

Come sono stati scelti i ragazzi? E come è stato lavorare con loro, se ci può raccontare qualche aneddoto sul set.
“Il casting è stato un tripudio di emozioni diverse, ma anche un calvario. Io sono un emotivo, avevo organizzato per tre giorni un casting stando sempre tutti insieme, si è creato un gruppo, quasi un campo scuola, con me come capitano di questi 15 bambini. E quando ho dovuto fare le scelte per me più giuste significava anche abbandonarne alcuni, che infatti hanno reagito con lacrime ma anche contentezza di aver fatto parte dell’esperienza, ed è stato molto toccante.

non ero solo regista ma anche amico, psicologo, educatore.

Il mio mantra era “Vai con la magia!” per dire loro di mettercela tutta, di lasciarsi andare, ed era diventato ormai il motto di tutti prima del ciak. Ci sono stati anche dei dissidi tra di loro, avevano caratteri importanti e diversi tra loro, c’era chi aveva bisogno di più coccole, come Mia che aveva solo 10 anni. È stato parte del mio lavoro, non ero solo regista ma anche amico, psicologo, educatore. Quando ho fatto le prove abbiamo preso un albergo sul lago di Bracciano, vivendo un bel percorso di avvicinamento al set, creando un gruppo di amici prima ancora che di attori.”

Perché un titolo in inglese se tutta la produzione è in italiano?
“Il bambino di vetro è un titolo bellissimo, che non avrei cambiato per nulla al mondo, ma esiste già in Italia, uscito 10 anni fa, non potevamo chiamarlo così. Poi quando abbiamo deciso di usare riferimenti al mondo dei supereroi, la traduzione in inglese sembrava coerente.”

C’è la strizzata d’occhio a ET, non è vero? E dove avete trovato la bravissima ragazza che interpreta Mavi, Rosa Barbolini?
“Su Rosa mi prendo il merito, nel senso che lei non aveva mai fatto nulla, era il suo primo casting. Ha sempre avuto una enorme passione per la recitazione, aveva 12 anni quando l’abbiamo scelta. Per me è una predestinata, la ricordo entrare con la sua cartellina, ha fatto una scena pazzesca, quella della spiaggia quando Pino si sente male, quindi anche molto difficile, eppure sembrava già un’attrice consumata. Rosa ha sicuramente una luce che le riconosco e che le farà fare molta strada.

Il riferimento a ‘ET’ c’è eccome

Nel libro c’è un diario, nel caso del nostro Pino ho capito che il disegno poteva essere più importante, e aiutarci nel prologo e nell’epilogo, per far capire che si trattava della trasposizione del pensiero di un bambino. Il riferimento a ET c’è eccome, per me ET e Spielberg sono elementi fondamentali del mio percorso, il film è quasi un omaggio, non a caso poi finisce con una fuga in bici proprio come in ET, una scena che tutti ricordiamo.”

Le ambientazioni erano tutte reali o c’erano adattamenti in post produzione?
Le ambientazioni sono tutte reali, location individuate, la piazza è a Bracciano, così come la parte del lago. Volevamo coinvolgere più realtà possibili, abbiamo girato in quattro Regioni diverse, più l’Austria. Quindi abbiamo Liguria, Toscana, Lazio e Calabria, per me la fatica è stato tenere insieme tutte le ambientazioni diverse. Forse la camera di Pino ha avuto bisogno di maggiori adattamenti, ma parliamo comunque di lavori dal vivo e non in post produzione. Nel bosco abbiamo usato la post produzione per una maggiore atmosfera, e il momento visionario del volo di Mavi e Pino, è ovviamente totalmente ricostruita.”

Quanto è costato il film e c’è stata una coproduzione con altri paesi?
“Parto da questa considerazione, in America sarei considerato un regista attempato, ho 36 anni, invece in Italia vengo considerato giovanissimo. Per avere il budget che il film meritava, il produttore si è inventato un piano finanziario coinvolgendo anche i territori, che hanno sostenuto il progetto con grande convinzione, in più la produzione con Austria, Svizzera, che ci hanno consentito di realizzare un film europeo e internazionale, per accedere ai contributi europei ma anche svizzeri e austriaci. Ci sono voluti 5 anni per mettere su il budget, e siamo arrivati a quello che ci eravamo prefissati.”

Questo iperprotezionismo nei confronti del figlio e nipote rende questo film tipicamente italiano oppure ritiene di no?
“È una domanda che mi spiazza. Molto interessante, comunque. Potrebbe essere, in effetti. Nel film c’è una famiglia iperprotettiva a causa delle condizioni di salute del ragazzo. In Italia i legami familiari sono eccessivi, mi rendo conto, magari è più comune nei Paesi latini, anche se in modo diverso. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di usare un linguaggio universale ma magari questo elemento lo rende più vicino alla nostra cultura, in effetti.”

Ci sono voluti 5 anni per mettere su il budget

Un film che ricorda anche molto anche lo stile dei film di avventura americani. Tipo ‘Stand by me’, è stato ispirato?
“Senza dubbio, conteneva quei riferimenti. ‘ET’, ‘Stand by me’, ‘The Goonies’ erano i riferimenti principali del mio film. La fantasia, la magia, l’invenzione al centro del racconto. È un aspetto che in Italia non si fa più, anche se mi sembra si stia risvegliando qualcosa, per fortuna.”

La definizione di malattia è reale o è stata enfatizzata per dare più suspence?
“La malattia è l’emofilia, almeno nel libro lo è, e rimane in parte anche nel film, il primo problema di questa malattia è che le emorragie non si fermano e creano poi danni alle ossa. Malattia estremamente problematica fino a qualche anno fa, i bambini venivano rinchiusi in casa, prima di scoprire che ciò causava danni anche peggiori. È rimasta così nel film, anche se oggi questa malattia viene gestita, con precauzioni, ma i ragazzi fanno sport e conducono una vita abbastanza normale. Non l’abbiamo enfatizzata, ma l’abbiamo descritta nella sua forma grave senza entrare troppo nel dettaglio, o il film si sarebbe troppo focalizzato su quella, e noi volevamo solo raccontare una storia di fragilità.”

Avremo il piacere di vedere il film sul grande schermo?
“È stata una immensa sfortuna, il film aveva il consenso delle sale, avevamo chiuso contratti ottimi con un importante circuito distributivo, doveva uscire in piena alta stagione cinematografica, quella natalizia, e penso sarebbe andato anche bene, ho questa idea. Abbiamo oltretutto lavorato perché il film avesse l’ambizione del grande schermo. Quella volontà distributiva comunque permane, quindi la sensazione è che non appena le sale riapriranno potremo vederlo su grande schermo, dapprima nelle arene estive all’aperto, poi vedremo.”

Può dire qualcosa della musica?
“Giuseppe (Cassaro) è come un fratello per me, ci conosciamo dall’università, siamo cresciuti insieme, abbiamo condiviso tutto, dal percorso scolastico a quello professionale, è un musicista fantastico, ha lavorato sempre con me. Gli ho dato riferimenti, è stato complesso perché volevamo creare un lavoro in autonomia, senza banalizzazioni. Ci sono le sonorità di Williams ma anche idee originali, il tutto in piena pandemia. Lui ha composto e registrato tra marzo e maggio dell’anno scorso, a distanza, su Zoom per capirci. Un lavoro impegnativo ma alla fine molto soddisfacente.”

“Glassboy” partecipa al premio cinematografico Globo d’Oro dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, edizione 2020-2021.

 

 

 

 

 


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