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venerdì, 18 Giugno 2021

“C’è tantissimo Pupi Avati in ‘Lei mi parla ancora’ “

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“C’è tantissimo Pupi Avati in ‘Lei mi parla ancora’ “

Incontro streaming con Pupi Avati (regista) 
 e Antonio Avati (produttore)
di "Lei mi parla ancora"
In concorso per il Globo d'Oro 2020-2021

 

“Ho nostalgia per una stagione della vita in cui l’espressione “per sempre” è legittima e utilizzabile impunemente, ossia l’infanzia.” Questo è quanto ha detto il regista Pupi Avati durante l’incontro virtuale il 24 marzo 2021 con i membri della giuria del Globo d’Oro. Al incontro partecipava anche Antonio Avati, il produttore del film.

Il film è tratto dal libro di Giuseppe Sgarbi, scritto quando aveva 95 anni. Sono diverse le due versioni, come avete fatto i cambiamenti?
Pupi Avati: “Io ho fatto più di 50 film nella mia vita, nessuno di questi è tratto dal libro di qualcun altro. Ho collaborato con tanti co-sceneggiatori, ma in genere le storie raccontate nascevano qui, in casa nostra e da me. Dunque per me è la prima volta. Ci è stato suggerito da un giornalista italiano, l’ho letto per fargli un favore, ma man mano mi rendevo conto che il protagonista mi somigliava tantissimo, a quello che penso io della mia vita e della mia vita matrimoniale. Il problema era non farne un’autobiografia. Mi è sembrato interessante raccontare quindi un rapporto intergenerazionale, tra un 95enne e un cinquantenne o poco meno, con visioni del mondo così diverse, mi appariva appassionante.”

Gli attori erano perfetti: come è riuscito a far capire loro che voleva questo?
Pupi Avati: “La nostra superficie ci mostra quanto siamo diversi, ma nell’intimo siamo molto più uguali di quanto non crediamo. Questi valori fondamentali, l’idea che ci sia qualcosa che vada oltre, che rende immortali, è in ognuno di noi, molti non la vogliono ammettono per dimostrare di essere forti e laici, mi raccomando soprattutto laici!, ma dentro di noi l’idea del “per sempre”, che da bambini sembrava possibile, è rimasta in qualche modo. Ecco perché questo film ha avuto un riscontro inatteso, soprattutto da parte dei giovani.”

SGARBI NON ha voluto cambiare nemmeno mezza virgola

Come ha reagito Sgarbi?
Antonio Avati: “Elisabetta Sgarbi, la figlia, è stata molto presente sul set anche perché giravamo per la maggior parte a casa loro, a Ro Ferrarese. Si sono visti rappresentati fino a un certo punto ma va anche bene, sono rimasti felicemente sorpresi anche della scelta degli attori, le loro fattezze così diverse dalle loro, ma sono rimasti molto contenti. Non ha mai voluto cambiare nemmeno mezza virgola di quello che aveva scritto Pupi, sono stati assolutamente discreti, rispettando la sceneggiatura. Avevamo un po’ paura di suggerimenti, anche intromissioni, ma così non è stato. Sono stati splendidi.”

Per la prima volta vediamo Renato Pozzetto in un ruolo drammatico. Come mai ha pensato a lui per questo ruolo?
Pupi Avati: “Perché ci occorreva anzitutto un attore anziano, sopra gli 80 anni, e gli attori in attività di quella età sono pochissimi. Abbiamo poi già fatto questo tipo di operazioni, di trasloco diciamo, dalla commedia al dramma, vedi con Carlo Delle Piane, Diego Abatantuono, Antonio Albanese, e in genere ha sempre funzionato. L’attore brillante ha dentro di sé una vena malinconica, e questa vena esce fuori se stimolata. Pozzetto è stato sempre costretto a far ridere e non ha mai detto chi era davvero. E stavolta lo ha fatto, con grandissima generosità.”

“Anche Pozzetto ha perso sua moglie qualche anno fa, quindi era una situazione che lui conosceva benissimo e non abbiamo avuto bisogno di tante parole per spiegarci. Grandissima intelligenza nel capire il copione e il suo contributo è stato fondamentale. Ha accettato perché ha riconosciuto in questa storia qualcosa che gli era familiare. Voleva mettersi anche alla prova con qualcosa che non sapeva di poter fare. Neanche noi eravamo sicuri, ma abbiamo corso il rischio e vinto la scommessa.”

gli attori comici dovrebbero misurarsi con ruoli drammatici

Qual è stata la difficoltà maggiore nel realizzare un film pieno di flash back?
Pupi Avati: “Nessuna difficoltà, la maggiore forse è stata leggere la sceneggiatura con tante sequenze in cui la descrizione della scena è il tempo sospeso. Ci è riuscito di realizzare un tempo sospeso, che è quello dei ricordi e della nostalgia. Pozzetto anziano quando si rivolge alla moglie giovane, chiedendole aiuto, dicendole che non può farcela senza di lei, è un momento fortemente bergmaniano, non so quanto si capisca che è un omaggio a Ingmar Bergman. Scene tratte da “Il settimo sigillo” o “Il posto delle fragole” quando c’è la descrizione della circolarità del tempo, una persona anziana che torna ad avere nostalgia dei genitori, dell’inizio della vita. Bergman lo fece a soli 39 anni, a dimostrazione della sua genialità assoluta.”

Quando ha deciso di fare questo film, in che periodo?
Pupi Avati: “Ha avuto una gestazione molto lunga, siamo stati due anni prima di trovare la necessaria copertura. È evidente che quello che chiedevamo di produrre era un film molto fuori dalle mode, con protagonista un anziano, che comincia con la morte della protagonista. Con un attore ex comico che non lavora da anni, chiamato a fare una parte drammatica. Insomma non era facile trovare committenze, ma è stato un miracolo.”

Pensa che Pozzetto doveva cimentarsi prima con ruoli del genere?
Pupi Avati: “Penso di sì, soprattutto gli attori comici dovrebbero misurarsi con ruoli drammatici, ma senza aspettare di avere 80 anni! Abatantuono lo fece a 45, ed ha iniziato una seconda vita, con il nostro “Regalo di Natale”.”

Antonio Avati: “Non sono gli attori che scelgono di fare questo o quel eruolo, se a Pozzetto nessuno avesse mai proposto un ruolo del genere avrebbe continuato tutta la vita a far ridere. Con lui è andata anche meglio di quanto ci aspettassimo, nemmeno noi ci aspettavamo un risultato così sorprendente.”

Come è stato possibile convincere Pozzetto?
Pupi Avati: “Non era la nostra prima scelta. Avevamo scelto Massimo Boldi. Solo che durante la preparazione ha avuto un’offerta da capogiro per fare “Vacanze su Marte”, e ci ha mollati. Siamo rimasti senza protagonista, avevamo pensato a Johnny Dorelli, bravissimo attore ma purtroppo non stava bene in salute, e allora ci è venuto in mente Pozzetto, alla fine non l’avevamo mai considerato perché tra noi c’era stato un litigio in passato, ma questa opportunità ci ha fatto anche tornare amici.”

Ci sarà una continuazione di “Il signor diavolo”?
Pupi Avati: “C’è stata una continuazione letteraria, ho pubblicato un articolo con Solferino, edizione Corriere della Sera, ma al momento farne un film è un po’ troppo costoso. Il film di genere in Italia, soprattutto gotico e horror, non ha grande esito. Da noi i nostri committenti non hanno questa cultura. Per fare “Il Signor Diavolo” abbiamo avuto il no di ben sette società di distribuzione.”

Quanto di Pupi Avati c’è in questo film?
Pupi Avati: “C’è tantissimo, tantissimo. Tante cose che penso e che mi dice mia moglie, il mio rapporto con la vita e con il tempo, tant’è che quando i miei figli hanno visto il film mi hanno chiesto se Pozzetto ero io. Io vengo da quella cultura lì, sono stato bambino in campagna, sono cresciuto col buon senso della cultura contadina degli anni passati.”

ho fatto le due cose più difficili al mondo, il marito e il regista

Avete mai vissuto un amore cosi importante?
Pupi Avati: “Ho un matrimonio che dura da 55 anni. Quando faccio le mie conferenze la prima cosa che dico è: ho fatto le due cose più difficili al mondo, il marito per più di 50 anni, e il regista cinematografico.”

Antonio Avati: “Il mio dura da 22 anni ma sono sicuro di arrivare a 55.”

L’influenza che ha avuto Ingmar Bergman su di lei. Ci sono anche altri film suoi che hanno avuto influenza?
Pupi Avati: “Bergman ovviamente mi ha influenzato sin da ragazzo, i suoi film li abbiamo quasi tutti visti nei cineforum della parrocchia. Ho parlato de “Il posto delle fragole” perché è qualcosa di unico e straordinario. Però il regista che mi ha influenzato di più è Federico Fellini: se faccio cinema è perché un giorno vidi “Otto e mezzo”, e attraverso questo film ho capito le potenzialità del cinema.”

“Raccontare il possibile e l’impossibile, il pensabile e l’impensabile, raccontare la verità e ciò che prescinde. All’inizio scimmiottavo proprio Fellini, con una serie di film senza alcun esito, ma via via nel tempo ho cercato una mia identità, liberandomi dai grandi maestri che però restano tali. Un altro film terapeutico su di me è “La vita meravigliosa” di Frank Capra.”

È vero che il suo film esprime il rimpianto per quei tempi andati in cui tutto era più semplice, persino promettersi amore per sempre?
Pupi Avati: “Ho nostalgia per una stagione della vita in cui l’espressione “per sempre” è legittima e utilizzabile impunemente, ossia l’infanzia. Solo i bambini possono credere che le cose durino per sempre, le persone che ragionano sanno che così non è. Solo la morte è per sempre. Vengo da una generazione che però lo usava, illudendosi, mentendosi. La si utilizzava non solo nelle canzonette, ma anche in tutto ciò che ti piaceva, perché per rendere la vita sopportabile ogni tanto bisogna anche illudersi, mentirsi. Tutte le persone più creative che ho conosciuto sono tutte persone che dicevano un sacco di bugie. Per farsi coraggio, credere che alcune cose potessero realizzarsi davvero.”

Progetti futuri?
Pupi Avati: “Stiamo preparando un film sulla vita di Dante Alighieri, estremamente impegnativo, forse il più impegnativo e difficile mai fatto in vita mia, quindi ci prenderà molto tempo. Sono 18 anni che abbiamo un accordo con la Rai per fare un film su Dante, e solo ora riusciamo a partire. Sono successe talmente tante cose che si sono interposte, Dante è stato sempre rimandato e quindi solo al primo ciak crederò sul serio che lo stiamo facendo. Per chi conosce la vita del sommo poeta sa di cosa parlo, la sua è stata una vita così sofferta, ecco perché è complesso. Non farò mai una fiction in costume. Dante sarà interpretato da attori diversi, perché lo vedremo da bambino a anziano, mentre chi racconta il film è Giovanni Boccaccio, interpretato da Sergio Castellitto.”

“Lei mi parla ancora” partecipa al premio cinematografico Globo d’Oro dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, edizione 2020-2021.

 

 

 

 

 


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